7.5.20

imparare, non dimenticare

La quarantena dal mio balcone

E' iniziata la fase due ma continuerò a lavorare da casa che nel mio caso è anche il mio studio. In questi tempi di smartworking cioè lavoro a distanza -in Italia per dare importanza alle parole dobbiamo pronunciarle in inglese- posso definirmi una precorritrice dei tempi. Infatti ho acquistato Ernestina, così si chiama la mia casa pavese, e qualche giorno vi racconterò il perché di questo nome, con la finalità di farne la mia casa-studio: più smartworking di così. Oltretutto anche per le lezioni il Politecnico di Milano ci ha dato la possibilità di svolgere le lezioni a distanza per cui in questo periodo ho continuato a lavorare come prima, anzi in maniera più efficiente perché  ho evitato lo stress degli spostamenti.



Perchè una casa-studio? E' sempre stata una mia abitudine iniziare a lavorare al mattino presto e proseguire  sino a sera tarda. L'unica pausa che mi concedo è quella del pranzo. E' il momento in cui sposto la mia creatività  dalla progettazione dello spazio alla progettazione del piatto, in cucina, sperimentando ricette e, da deformazione professionale, abbinando i colori. Con questi ritmi spostarsi da casa al lavoro non aveva senso. Da tempo desideravo una soluzione di questo tipo che mi desse questa possibilità e cercando anche, grazie all'ubicazione, di limitare gli spostamenti dell'auto. Più avanti vi racconterò di più di questa scelta.



Questo periodo di clausura forzata (lockdown) mi ha fatto fare delle nuove riflessioni sulle abitazioni,  sulla gente, sullo stile di vita. La convivenza con questo terribile virus necessariamente dovrà far ripensare l'ambiente in cui viviamo e le nostre abitudini.  A partire dall'uso delle mascherine, al distanziamento fisico,  al modo in cui faremo gli acquisti o in cui si potrà prendere una cioccolata o cenare in un locale e sicuramente la soluzione non sarà un uso spropositato ed inappropriato di plexiglas inutile per il contenimento del virus e insidioso per l'ambiente. 



Le soluzioni possibili sono  continuare con il lavoro da casa, per tutte quelle attività che lo consentano, limitando gli spostamenti, e senza cercare scuse per stare in giro, e le lezioni a distanza. Su quest'ultimo punto e quindi sul ritorno a scuola ci sono molte pressioni. Posso comprendere le difficoltà di quei genitori che andando al lavoro dovrebbero lasciare i figli da soli ma è importante capire che la scuola può essere uno dei più potenti focolai di diffusione del virus. Le strutture scolastiche, così come sono state concepite sino ad ora, e l'articolazione delle classi con tanti studenti stipati in un'aula, non consentono il distanziamento fisico. Con questo stato di fatto la scelta della didattica a distanza ha scongiurato migliaia di contagi.



Facciamo alcune considerazioni per renderci conto di cosa parliamo: in media in ogni classe ci sono almeno 20 bambini/ragazzi. Basta che vi sia soltanto una persona contagiata, supponiamo un docente che in media ha tre, quattro classi.  Contagerebbe 60/80 studenti che a loro volta contagerebbero non si sa quante persone durante gli spostamenti, portando il virus in casa ed infettando i familiari, altre 160 persone considerando nuclei da tre,  che a loro volta ne infetterebbero altre  e così via: da una persona contagiata a cento, mille, milioni. La didattica a distanza, in Italia, ha salvato migliaia di persone. 


In questi giorni molte aziende e fabbriche si stanno rimettendo in moto. Ma anche quando riapriranno le altre attività non sarà sinonimo di normalità. Quest'ultima per tutti noi è un miraggio ed è importante che ce ne rendiamo conto. Chissà quanto tempo dovremo aspettare prima di poterci riappropriare della nostra libertà, di poter uscire da casa senza mascherina, guanti e protezione per gli occhi, prima che si possa tornare a far vita sociale, ad invitare gli amici in casa, a frequentare i luoghi pubblici, a potersi soffermare al supermercato, a poter entrare in un negozio e provare un abito in serenità. 


Dovremo continuare a tenere in quarantena e disinfettare tutto quello che portiamo in casa e lasciar fuori le scarpe. Questa è una buona norma igienica che adesso, per forza maggiore, sta diventando una pratica comune che dovrebbe divenire un'abitudine anche quando, e speriamo al più presto, il corona-virus verrà debellato.  In attesa di quel momento dovremo continuare a tenere alta la guardia.  Sin'ora siamo stati al riparo nelle nostre case ma adesso che si sono allentate le restrizioni del lockdown facciamo attenzione a non gettare al vento i sacrifici fatti. 



Non lamentiamoci per lo stare a casa ma ringraziamo per la vita, per non essere tra  le 250.000 vittime nel mondo alle quali dovrebbe invece andare il nostro pensiero. Non lagniamoci. Se sino a ieri il massimo del movimento che facevamo era quello del dito sul telecomando non fingiamoci sportivi dell'ultimo minuto per andare in giro. Lo dobbiamo ai 150  medici vittime del corona-virus, ai  17.000 operatori sanitari contagiati e a tutte quelle persone che ogni giorno vigilano per la nostra salute, comprese le forze dell'ordine.



Questa guerra dovrebbe insegnarci ad apprezzare quello che abbiamo avuto, quello che abbiamo e ad essere più rispettosi del prossimo e della natura. 



Imparare, non dimenticare.





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